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Utpaladeva
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Contents
• Note
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Vita e opere
Filosofo mwcakashmiro della cui vita non si sa quasi nulla, Utpaladeva, discepolo di mwcqSomānandacite-ref-1[1], compose la mwdgĪśvarapratyabhijñākārikā ("Le strofe del riconoscimento del Signore")cite-ref-2[2], opera fondamentale della scuola mwewshivaita del Kashmir che proprio da quest'opera prende il nome: mwfaPratyabhijñā. Fra le altre opere del filosofo vanno menzionate gli mwfqŚivastotrāvalī, inni devozionali rivolti a mwfgŚiva, divinità suprema di tutte le scuole mwfwmwgaśaiva del Kashmir.cite-ref-torella-3-0[3]
Il pensiero
Il contributo fondamentale di Utpaladeva è l'introduzione del concetto di mwhwCoscienza Assoluta, cioè dell'esistenza di un ente che tutto pervade e al contempo esiste al di là dei singoli soggetti conoscenti. Questa realtà è al di sopra di ogni altra, è assoluta (mwiaanuttara), ed è quindi identificabile con il divino, mwiqShiva. In verità, già nella scuola dello mwigŚaivasiddhānta, scuola dualista originaria proprio del Kashmir, si parla di Shiva come Coscienza, sebbene questa sia considerata distinta dalle coscienze dei singoli. L'originalità di Utpaladeva sta nell'aver considerato una ed una soltanto questa Coscienza, dando così un orientamento decisamente mwiwmonistico alla sua visione.cite-ref-dycz-4-0[4]
Altro notevole contributo del filosofo è il concetto di "riconoscimento" (pratyabhijñā), termine invero già adoperato dal suo maestro Somānanda, ma che egli intenderà in maniera più estesa, riferendo il "riconoscimento" proprio alla Coscienza.cite-ref-dycz-4-1[4]
Īśvarapratyabhijñākārikā
Secondo la dottrina della scuola Pratyabhijñā ("Riconoscimento"), la liberazione dal mwmqmwmgsaṃsāra, il ciclo delle reincarnazioni, avviene riconoscendo l'identità del proprio mwmwSé con la Coscienza suprema. Questa identità non è normalmente manifesta a causa della mwnamwnqmāyā, che qui è vista non come illusione, come è per il mwngVedānta, bensì come quella potenza responsabile della "contrazione" della realtà omnicomprensiva della Coscienza suprema nella dualità dei soggetti conoscenti.cite-ref-torella-3-1[3]
Utpaladeva paragona la mwpaCoscienza a un cristallo che, senza esserne affetto, assorbe e riflette la luce degli oggetti circostanti, manifestando così quella che il filosofo chiama mwpqvimarśa, "mwpgconsapevolezza riflessa", che altro non è che presa di coscienza di sé: il potere che rende possibile riconoscere sé stesso nell'altro e l'altro in sé stessi. L'oscillazione, continua e inafferrabile, fra i due poli del mwpwconoscere, fra chi conosce e chi è conosciuto, è dunque l'essenza ultima della mwqarealtà. Responsabile di questo incessante movimento è la potenza ("mwqqmwqgśakti") di Libertà del Signore ("Īśvara" vuol dire Signore), Māyā.cite-ref-torella-3-2[3]
L'essenza ultima della realtà, che è Coscienza suprema, è chiamata sia Parā Saṃvit ("Suprema Coscienza") sia Parameśvara ("Supremo Signore"): da essa emana tutto il reale secondo una sequenza di principi (mwsamwsqtattva) costituita di 36 elementi unificanti, i mwsg36 tattva. La sequenza è distinta in tre "cammini".cite-ref-torella-3-3[3]
Il primo, il Cammino Puro, è caratterizzato dal progressivo sviluppo dell'oggettività. È costituito dai cinque mwuqtattva: Śiva, Śakti, Sadāśiva, Īśvara, Śuddha vidyā ("Pura conoscenza"). Il Cammino Puro-Impuro si apre con il mwugtattva Māyā, che dà luogo al formarsi di due realtà apparentemente separate. Questo cammino è costituito da ulteriori cinque mwuwtattva, definite come le "corazze" di Māyā: Potere di azione limitato, Conoscenza impura, Attaccamento, Tempo, Necessità. Dopo questo, si apre il Cammino Impuro, quello della realtà ordinaria, che altro non è che l'insieme dei mwvaventicinque tattva del mwvgSāṃkhya.cite-ref-torella-3-4[3]
Nella Pratyabhijñā l'uso di pratiche e rituali è molto ridotto: la strada dell'adepto è più intellettuale che religiosa o spirituale, fondandosi maggiormente sulla pura riflessione sulla natura del Sé.cite-ref-torella-3-5[3]
I commenti
Nella linea della Pratyabhijñā, Utpaladeva fu maestro di Lakṣmaṇaguptacite-ref-5[5], e costui di mwzwAbhinavagupta, che commentò ben due volte la mwaaĪśvarapratyabhijñākārikā, prima con la mwaqĪśvarapratyabhijñāvirmaśinī quindi con la mwagĪśvarapratyabhijñāvivṛitivirmaśinī. Abhinavagupta, nella sua vasta analisi, e sintesi, delle tradizioni non dualiste, tenne sempre presente il contributo di Utpaladeva.cite-ref-torella-3-6[3]
Note
cite-note-11. ↑ mwdqGiuseppe Tucci, mwdgStoria della filosofia indiana, Roma-Bari, Laterza 2005, p. 117.
cite-note-22. ↑ L'opera è anche nota col nome di mwegPratyabhijñāsūtra.
cite-note-torella-33. ↑ Torella, in Vasugupta, 1999.
cite-note-dycz-44. ↑ Dyczkowski 2013, pp. 38-39.
cite-note-55. ↑ Di questo filosofo non ci è pervenuta alcuna opera di sicura attribuzione, né si hanno notizie biografiche degne di nota.
Bibliografia
• mwlqMark Dyczkowski, mwlgLa dottrina della vibrazione nello śivaismo tantrico del Kashmir, traduzione di Davide Bertarello, Adelphi, 2013.
• mwmaVasugupta, mwmqGli aforismi di Śiva, con il commento di mwmgKṣemarāja, a cura e traduzione di mwmwRaffaele Torella, Mimesis, 1999.
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Collegamenti esterni
• citerefdizionario-di-filosofiaUtpaladeva, in Dizionario di filosofia, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2009.